Comunicare senza violenza in carcere
Nella mattinata di martedì 19 maggio, presso la sede di via Perazzo 7 a Torino, si è svolto un importante incontro regionale rivolto ai cappellani delle carceri del Piemonte, alle religiose e ai volontari impegnati quotidianamente negli istituti penitenziari della regione.
L’iniziativa, promossa dal coordinamento regionale dei cappellani, ha affrontato un tema di grande attualità e rilevanza: la comunicazione non violenta.
Il carcere è un luogo complesso, attraversato da tensioni, sofferenze e conflitti. In questo contesto, chi svolge un servizio pastorale o di volontariato è chiamato non solo ad ascoltare e accompagnare, ma anche a mantenere uno stile relazionale capace di disinnescare l’aggressività e di creare spazi di fiducia e di umanità. Da qui la scelta di dedicare l’incontro a una riflessione concreta su come comunicare in modo rispettoso, autentico e costruttivo, senza lasciarsi travolgere dalla violenza verbale e relazionale che spesso caratterizza l’ambiente detentivo.
A guidare la formazione sono stati Juri Nervo, mediatore esperto e referente dell’Area Sociale della Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri, e la Dott.ssa Federica Dullio, mediatrice esperta.
Durante l’incontro sono stati presentati alcuni principi della mediazione umanistica elaborata da Jacqueline Morineau, approccio che pone al centro la persona, l’ascolto profondo e la possibilità di riconoscere, anche nel conflitto, un’occasione di trasformazione. Attraverso esempi concreti e situazioni tratte dalla quotidianità carceraria, i partecipanti hanno potuto riflettere su come il modo di comunicare influenzi profondamente la qualità delle relazioni, contribuendo a ridurre le tensioni e a favorire processi di ascolto, riconoscimento reciproco e riconciliazione.
Particolarmente significativo è stato il confronto sulle dinamiche di disconferma, sulle modalità con cui le persone possono sentirsi ignorate o svalutate, e sull’importanza di sviluppare uno sguardo capace di riconoscere il valore e la dignità di ciascuno, indipendentemente dalla storia personale o dalla condizione detentiva.
La partecipazione numerosa e attenta dei cappellani, delle religiose e dei volontari ha confermato quanto sia forte il desiderio di dotarsi di strumenti relazionali adeguati per affrontare con maggiore consapevolezza il servizio all’interno del carcere.
In un contesto come quello penitenziario, dove il rischio di chiusura e incomprensione è sempre presente, imparare a comunicare in modo non violento significa contribuire concretamente alla costruzione di relazioni più umane e generative. Un piccolo ma fondamentale passo per trasformare anche i luoghi più difficili in spazi di incontro e di speranza.